FRANCO IMBARAZZO

O pere, pane e sott’oli

Franco era davanti all’entrata del supermercato, pronto per una spesa mirata ed etica. 

Ultimamente alcune esperienze lo avevano messo di fronte al fatto che non solo la sua dieta fosse  sbagliata, ma soprattutto che faceva del male al pianeta comprando ciò che comprava. Consapevolezza che l’aveva visto affaccendato in una serie di ricerche e che l’aveva condotto a ripensare alle scelte della sua prossima spesa; evento che si sarebbe verificato di lì a un passo. Franco, che ragionava sempre per esclusione – meccanismo che gli facilitava apparentemente la vita – aveva scritto su un foglio stropicciato la lista delle cose che NON avrebbe assolutamente dovuto comprare. Lo aprì e lesse velocemente.

NO:

Plastica

Prodotti che vengono da lontano

Latticini

Formaggio (che per Franco non rientra nei latticini)

Gorgonzola (che per Franco non rientra nei formaggi propriamente detti)

Uova

Carne 

Wurstel (che per Franco non rientrano nella carne, ma come dargli torto)

Pesce

Cose vegetali in cui c’è dentro latte e uova

Surgelati 

Farine bianche

Zucchero bianco

Sale bianco 

Merendine bianche 

Bottiglie in plastica

Si disse che non avrebbe potuto fare lavoro migliore. Si armò di carrello e guanti e prima di partire meditò un momento. Sentiva che c’era qualcosa di profondamente sbagliato nella disposizione che quel supermercato aveva in particolare e tutti i supermercati hanno in generale. Sentiva che le sue scelte – e lui stesso – erano obbligati a seguire un percorso. Questo lo frustrava. Lo faceva arrabbiare. 

Perché il caffè è sempre dopo le uova? Chi l’ha deciso?

Pensò che la prossima volta sarebbe stato più drastico, sarebbe andato al mercato, ma ormai si trovava lì e non poteva tornare indietro. Fu tentato per un attimo di cominciare dal lato opposto, dove ci sono le acque e i surgelati. Così, per spirito rivoluzionario. Ma si rese subito conto che si sarebbe ritrovato in terra vietata, perciò tranquillamente poteva cominciare da dove volevano loro. Le buste erano biodegradabili e fin qui tutto bene, ma passando in rassegna la verdura – che Franco comunque non amava – si rese conto che pochi prodotti provenivano dall’Italia, o da relativamente vicino, così come per la frutta. Franco però amava le banane. Proprio le banane, che il posto più vicino da dove possono arrivare è il Paraguay.  Il suo sguardo cadde su una confezione di mele del Trentino, che però erano imbustate in un cesto di plastica e avvolte da plastica. Limoni? Dentro una rete di plastica. Avocado? Dall’Equador, singolarmente imbustati in plastica. Poi finalmente…delle pere della Valle d’Aosta sfuse. Vista l’impossibilità di comprare altra frutta, riempì la busta di un chilo. 

Franco guardò nel suo carrello. Era al supermercato da un quarto d’ora e aveva scelto un chilo di pere, ma non si fece buttare giù e proseguì nella sua missione oltrepassando – senza lasciarsi ingannare – tutto il reparto di formaggi, carni, salumi, pesce e alternative veg – veggy – vegane che comunque non erano chi dicevano di essere e comunque non avrebbe mai comprato.

Tutto rientrava nel suo categorico NO. 

Fu in quel momento della spesa che a Franco passò per la testa – per solo un secondo – che avrebbe dovuto scrivere le cose di cui aveva bisogno e non il contrario. Ma era un uomo troppo orgoglioso per accettare la fallibilità dei suoi ragionamenti per esclusione. Perciò riprese in mano la lista e proseguì con la spesa. Uova no…yogurt no…burro no…pizza e focaccia confezionata in buste di plastica no…

IL PANE. 

Franco non poteva fare a meno del pane. Si avvicinò al banco panetteria e chiese un filone di pasta madre integrale biologico con semi. Controllò che venisse confezionato solo con la carta, sorrise e aggiunse questo mezzo chilo di pane al suo chilo di pere. Si sentiva un po’ più soddisfatto. Il commesso gli chiese se gli servisse altro…e lui si trovò in sincero imbarazzo. Andava matto per le olive e i pomodorini secchi e sapeva che quelli del banco erano migliori. Ma si ostinavano a consegnarli in queste vaschette di plastica dura su cui c’era scritto 100% plastica riciclabile, il che voleva dire trattarlo proprio per coglione, pensò Franco. Perciò ringraziò rifiutando l’offerta e dirigendosi verso il reparto sottovuoti, sott’oli e sott’aceti pensando con diletto che avrebbe potuto sbizzarrirsi. Dopotutto per quei prodotti non c’era pericolo, bastava controllare la provenienza e comprare le confezioni in vetro. Quando finì con questo reparto aveva aggiunto alla spesa delle olive nere e verdi in salamoia, dei pomodorini secchi prezzati ben cinque euro e quaranta e un misto di verdure sott’olio. Li guardò e guardò i loro coperchi. Plastica. Decise consapevolmente di fare finta di niente, pensò che avrebbe potuto condirci il riso, con le verdure, ma non esistevano confezioni che non contemplassero altra plastica.

Franco era stanco. Tutto questo essere etico lo stava rendendo nervoso e gli stava rubando tempo. Si disse che, per un pacco di riso, non sarebbe stata una persona peggiore e soprattutto il mondo non sarebbe esploso. Scelse del riso qualsiasi, avvilito, mise il pacco nel carrello e proseguì. Mentre camminava però, guardò la spesa delle altre persone…uno due tre quattro cinque…nessuno sembrava aver scritto una lista ad esclusione come lui, che si sentì profondamente in colpa per il fatto di aver pensato come chiunque altro: 

Il mio acquisto non farà la differenza

Non poteva accettarlo. Era o non era un uomo nuovo?! Tornò indietro e rimise giù il pacco di riso, facendo sempre finta di niente con i sott’oli, che con la sua tecnica, aveva escluso dalle proprie colpe. Fece un respiro profondo, guardò la sua lista: la stava rispettando. A quel punto però iniziava a essere tardi, non si poteva mica passare la vita dentro i supermercati; così decise che per questa prima volta poteva andare bene e si diresse verso la cassa con la busta che aveva portato da casa. Quando finì di pagare guardò la sua spesa.

Cosa avrebbe potuto preparare adesso, con un chilo di pere, del pane e alcuni sott’oli?

Si sentì profondamente stupido. Una grande fatica per cosa? Per rimetterci, per rimanere a stomaco vuoto e con l’amarezza di un mondo che sta andando a rotoli. Franco si sentì lì lì per scoppiare a piangere. Sentiva che i suoi sforzi non erano valsi a nulla, che le persone sarebbero rimaste uguali, il mondo si sarebbe ricoperto di plastica e le banane non sarebbero mai arrivate dalla Sardegna (il che dopotutto era plausibile). Quando uscì dal supermercato, però, successe una cosa straordinaria. Appena messo piede fuori, la sua afflizione fu sovrastata dal clamore di un’infinità di gente che prese ad applaudire. Erano tutti lì per lui, tanti quanto per una manifestazione, tenevano dei cartelli con scritto Franco Imbarazzo sei tutti noi. 

Non poteva credere ai suoi occhi e alle sue orecchie, gli tremavano le gambe e, per la prima volta, il suo nome gli risuonò con accezione positiva, quando per l’emozione di una tale festa si ritrovò completamente arrossato – e ammaliato – di una sincera vergogna. Alcune persone gli tolsero la busta dalle mani e la alzarono in aria in segno di gloria e vittoria, gli altri esultarono eccitati. Qualcuno prese la mano di Franco portandola anch’essa verso il cielo e un boato di approvazione si alzò davanti agli occhi increduli di un uomo che non poteva sentirsi più felice nell’aver comprato delle pere del pane e dei sott’oli. 

Pubblicato da barcadicarta

Autrice di: Ogni cosa che scrivo

5 pensieri riguardo “FRANCO IMBARAZZO

  1. Forse con le pere poteva comprare del cacio (“Al contadino non far sapere ecc.”), magari al banco e non farselo mettere in un contenitore di plastica, ma in una busta di carta. E cacio e pere sono zuccheri semplici, sali minerali, proteine, non latte, ma fermenti benefici e il cacio si produce quasi dappertutto. 😉

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  2. Bellissimo ! Mi e piaciuto molto il finale; sottile la critica rispetto al mondo industriale alimentare, che ci propina sempre piu’ alimenti finti.
    Non sono d’accordo con il Sig. Giorgio, il cacio, prodotto con latte “industriale” e’ addirittura nocivo alla salute, lo sanno piu’ o meno tutti, soprattutto le mucche. Loro, aime’, non le ascolta nessuno e nessuno si preoccupa di sapere in quali condizioni sono costrette a vivere.

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  3. Io vivo in una zona rurale nella quale il cacio è prodotto artigianalmente. E poi cosa intendi? Io intendo il pecorino e le mucche non c’entrano nulla. Qui è zona di transumanza per le greggi. E posso assicurarti che non reca alcun danno alla salute.
    Le nostre poche mucche pascolano libere e anche le pecore e il pecorino lo trovi anche il supermercato, ma è quello prodotto dai nostri allevatori e non viene mai avvolto nella plastica, addirittura in ceste di vimini o salice.
    Sono fortunato? Sì

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  4. Sì, sei fortunato Giorgio!
    Sarebbe davvero bello se nei supermercati delle grandi città ci fossero i prodotti di cui parli.
    Credo che il disaccordo di Francesca fosse inerente al filo conduttore della storia…infatti per la lista di Franco nemmeno il cacio andrebbe bene! Poiché comunque prodotto con latte…di pecora o mucca che sia, se industriale ha arrecato senza dubbio sofferenza all’animale.

    Questo niente toglie alla bontà e ai valori nutrizionali che nasconde il cacio con le pere 😉

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