Outside the window

– Le avventure di Beatrice –

Beatrice era in camera sua, seduta davanti alla scrivania con lo sguardo fisso oltre la finestra; stava gustando uno yogurt guarnito con miele e noci – ne andava matta – persa in un ragionamento non proprio da bambina. Pensava alla discussione che avevano avuto i suoi genitori la sera prima, in cucina, dopo aver consumato dei deliziosi gnocchi alla romana; il che le sembrava già un sacrilegio, rovinare il gusto di una cena così buona per un dissapore. Non ricordava esattamente cosa avesse fatto scattare la scintilla che aveva poi acceso il litigio, ma era sicura che i suoi genitori non si trovassero d’accordo sul considerare amici o meno determinate persone; non raggiungevano un punto d’incontro perché alla base c’erano due concezioni dell’affetto e dell’amicizia completamente – o quasi – diverse. 

Questo stava pensando Beatrice. 

E non si capacitava di come sua madre potesse determinare la profondità di una relazione in base a quante volte l’altra persona l’avesse invitata a casa sua; e allo stesso modo trovava assurdo che suo padre considerasse semplici conoscenti i componenti di una famiglia con cui trascorrevano perfino le vacanze insieme. Masticò una noce affogata al miele e d’un tratto un bagliore nel cielo catturò la sua attenzione. Anzi, più che altro un’ombra. Beatrice rimase a bocca semiaperta, incredula per ciò a cui stava assistendo. Attraverso la finestra vide il giorno diventare notte tutto d’un tratto. Una notte di luna piena e del blu più magico che si fosse mai visto, in cui si muovevano una miriade di lucciole e stelle comete che, come impazzite, si davano il cambio a intermittenza nell’universo e fino ad arrivare al giardino della sua casa, come in un gioco di danze frenetiche. Beatrice inghiottì il suo spuntino e decise di salire sulla scrivania per poter appiccicare il naso al vetro e continuare a guardare. Mise prima un piede sul tavolo – sempre incantata – e improvvisamente trasalì, perché nel bel mezzo della notte si aprì un varco come fosse una cerniera, dal quale uscì un gigante luminoso che richiuse la zip alle sue spalle. Era fatto di migliaia e migliaia di comete e lucciole – tutte ammassate tra loro a farlo risplendere – si stirò come se si fosse risvegliato da un sonno profondo, sbadigliando profondamente ed espirando altrettante stelle e lucciole. Beatrice si affrettò a tirare su l’altro piede, l’emozione le fece urtare il bicchiere con lo yogurt che cadde a terra e sua madre, dalla cucina, le strillò:

Cos’hai combinato?!

La bimba ebbe l’impressione che il grido spezzasse il silenzio della notte e che il gigante, le lucciole e le comete rallentassero la propria corsa per un momento; non rispose, aspettò di sentire la mamma passare ad altro, come sempre faceva quando era impegnata e lei combinava qualcosa. Così accadde, il gigante luminoso avanzò lentamente in direzione della terra e i suoi passi lasciavano delle scie di luce che evaporavano nell’aria; Beatrice si alzò finalmente in piedi sulla scrivania e pensò di aprire la finestra: voleva chiamarlo, farlo avvicinare, parlarci. Ma quando la bambina appoggiò le dita sulla maniglia un gruppo di comete e lucciole – saranno state un centinaio – si avvicinarono al vetro e sussurrarono in coro una frase:

“Se aprirai scompariremo…”

Non poteva credere ai propri occhi e alle proprie orecchie. Se l’era immaginato? Quegli esseri luminosi potevano parlare? Il gigante stava prendendo un’altra direzione, lo stomaco le si contorceva all’idea di lasciarlo andare, eppure si sentiva profondamente combattuta per ciò che le era appena stato detto. Ma la curiosità era troppo forte e aprì le ante della finestra.

Si alzò un forte vento e sotto il suo sguardo stupefatto le lucciole e le comete vorticarono in un turbine che le scaraventò verso la bocca del gigante, il quale le inghiottì in un baleno, si voltò, riaprì la cerniera e scomparve.

Di nuovo fu giorno. 

Beatrice rimase immobile per qualche secondo. Dopodiché scese dalla scrivania con molta più facilità con cui era salita, mettendo i piedi a terra posò gli occhi sullo yogurt che aveva fatto cadere.

Pensò ai suoi genitori, al fatto che, sicuramente, non si erano accorti di niente. 

FRANCO IMBARAZZO

O pere, pane e sott’oli

Franco era davanti all’entrata del supermercato, pronto per una spesa mirata ed etica. 

Ultimamente alcune esperienze lo avevano messo di fronte al fatto che non solo la sua dieta fosse  sbagliata, ma soprattutto che faceva del male al pianeta comprando ciò che comprava. Consapevolezza che l’aveva visto affaccendato in una serie di ricerche e che l’aveva condotto a ripensare alle scelte della sua prossima spesa; evento che si sarebbe verificato di lì a un passo. Franco, che ragionava sempre per esclusione – meccanismo che gli facilitava apparentemente la vita – aveva scritto su un foglio stropicciato la lista delle cose che NON avrebbe assolutamente dovuto comprare. Lo aprì e lesse velocemente.

NO:

Plastica

Prodotti che vengono da lontano

Latticini

Formaggio (che per Franco non rientra nei latticini)

Gorgonzola (che per Franco non rientra nei formaggi propriamente detti)

Uova

Carne 

Wurstel (che per Franco non rientrano nella carne, ma come dargli torto)

Pesce

Cose vegetali in cui c’è dentro latte e uova

Surgelati 

Farine bianche

Zucchero bianco

Sale bianco 

Merendine bianche 

Bottiglie in plastica

Si disse che non avrebbe potuto fare lavoro migliore. Si armò di carrello e guanti e prima di partire meditò un momento. Sentiva che c’era qualcosa di profondamente sbagliato nella disposizione che quel supermercato aveva in particolare e tutti i supermercati hanno in generale. Sentiva che le sue scelte – e lui stesso – erano obbligati a seguire un percorso. Questo lo frustrava. Lo faceva arrabbiare. 

Perché il caffè è sempre dopo le uova? Chi l’ha deciso?

Pensò che la prossima volta sarebbe stato più drastico, sarebbe andato al mercato, ma ormai si trovava lì e non poteva tornare indietro. Fu tentato per un attimo di cominciare dal lato opposto, dove ci sono le acque e i surgelati. Così, per spirito rivoluzionario. Ma si rese subito conto che si sarebbe ritrovato in terra vietata, perciò tranquillamente poteva cominciare da dove volevano loro. Le buste erano biodegradabili e fin qui tutto bene, ma passando in rassegna la verdura – che Franco comunque non amava – si rese conto che pochi prodotti provenivano dall’Italia, o da relativamente vicino, così come per la frutta. Franco però amava le banane. Proprio le banane, che il posto più vicino da dove possono arrivare è il Paraguay.  Il suo sguardo cadde su una confezione di mele del Trentino, che però erano imbustate in un cesto di plastica e avvolte da plastica. Limoni? Dentro una rete di plastica. Avocado? Dall’Equador, singolarmente imbustati in plastica. Poi finalmente…delle pere della Valle d’Aosta sfuse. Vista l’impossibilità di comprare altra frutta, riempì la busta di un chilo. 

Franco guardò nel suo carrello. Era al supermercato da un quarto d’ora e aveva scelto un chilo di pere, ma non si fece buttare giù e proseguì nella sua missione oltrepassando – senza lasciarsi ingannare – tutto il reparto di formaggi, carni, salumi, pesce e alternative veg – veggy – vegane che comunque non erano chi dicevano di essere e comunque non avrebbe mai comprato.

Tutto rientrava nel suo categorico NO. 

Fu in quel momento della spesa che a Franco passò per la testa – per solo un secondo – che avrebbe dovuto scrivere le cose di cui aveva bisogno e non il contrario. Ma era un uomo troppo orgoglioso per accettare la fallibilità dei suoi ragionamenti per esclusione. Perciò riprese in mano la lista e proseguì con la spesa. Uova no…yogurt no…burro no…pizza e focaccia confezionata in buste di plastica no…

IL PANE. 

Franco non poteva fare a meno del pane. Si avvicinò al banco panetteria e chiese un filone di pasta madre integrale biologico con semi. Controllò che venisse confezionato solo con la carta, sorrise e aggiunse questo mezzo chilo di pane al suo chilo di pere. Si sentiva un po’ più soddisfatto. Il commesso gli chiese se gli servisse altro…e lui si trovò in sincero imbarazzo. Andava matto per le olive e i pomodorini secchi e sapeva che quelli del banco erano migliori. Ma si ostinavano a consegnarli in queste vaschette di plastica dura su cui c’era scritto 100% plastica riciclabile, il che voleva dire trattarlo proprio per coglione, pensò Franco. Perciò ringraziò rifiutando l’offerta e dirigendosi verso il reparto sottovuoti, sott’oli e sott’aceti pensando con diletto che avrebbe potuto sbizzarrirsi. Dopotutto per quei prodotti non c’era pericolo, bastava controllare la provenienza e comprare le confezioni in vetro. Quando finì con questo reparto aveva aggiunto alla spesa delle olive nere e verdi in salamoia, dei pomodorini secchi prezzati ben cinque euro e quaranta e un misto di verdure sott’olio. Li guardò e guardò i loro coperchi. Plastica. Decise consapevolmente di fare finta di niente, pensò che avrebbe potuto condirci il riso, con le verdure, ma non esistevano confezioni che non contemplassero altra plastica.

Franco era stanco. Tutto questo essere etico lo stava rendendo nervoso e gli stava rubando tempo. Si disse che, per un pacco di riso, non sarebbe stata una persona peggiore e soprattutto il mondo non sarebbe esploso. Scelse del riso qualsiasi, avvilito, mise il pacco nel carrello e proseguì. Mentre camminava però, guardò la spesa delle altre persone…uno due tre quattro cinque…nessuno sembrava aver scritto una lista ad esclusione come lui, che si sentì profondamente in colpa per il fatto di aver pensato come chiunque altro: 

Il mio acquisto non farà la differenza

Non poteva accettarlo. Era o non era un uomo nuovo?! Tornò indietro e rimise giù il pacco di riso, facendo sempre finta di niente con i sott’oli, che con la sua tecnica, aveva escluso dalle proprie colpe. Fece un respiro profondo, guardò la sua lista: la stava rispettando. A quel punto però iniziava a essere tardi, non si poteva mica passare la vita dentro i supermercati; così decise che per questa prima volta poteva andare bene e si diresse verso la cassa con la busta che aveva portato da casa. Quando finì di pagare guardò la sua spesa.

Cosa avrebbe potuto preparare adesso, con un chilo di pere, del pane e alcuni sott’oli?

Si sentì profondamente stupido. Una grande fatica per cosa? Per rimetterci, per rimanere a stomaco vuoto e con l’amarezza di un mondo che sta andando a rotoli. Franco si sentì lì lì per scoppiare a piangere. Sentiva che i suoi sforzi non erano valsi a nulla, che le persone sarebbero rimaste uguali, il mondo si sarebbe ricoperto di plastica e le banane non sarebbero mai arrivate dalla Sardegna (il che dopotutto era plausibile). Quando uscì dal supermercato, però, successe una cosa straordinaria. Appena messo piede fuori, la sua afflizione fu sovrastata dal clamore di un’infinità di gente che prese ad applaudire. Erano tutti lì per lui, tanti quanto per una manifestazione, tenevano dei cartelli con scritto Franco Imbarazzo sei tutti noi. 

Non poteva credere ai suoi occhi e alle sue orecchie, gli tremavano le gambe e, per la prima volta, il suo nome gli risuonò con accezione positiva, quando per l’emozione di una tale festa si ritrovò completamente arrossato – e ammaliato – di una sincera vergogna. Alcune persone gli tolsero la busta dalle mani e la alzarono in aria in segno di gloria e vittoria, gli altri esultarono eccitati. Qualcuno prese la mano di Franco portandola anch’essa verso il cielo e un boato di approvazione si alzò davanti agli occhi increduli di un uomo che non poteva sentirsi più felice nell’aver comprato delle pere del pane e dei sott’oli. 

SUPPLì

Oggi ho ascoltato la brevissima conversazione tra un Lui e una Lei con due figlie a fianco.

Diciamo che è stato inevitabile perché le nostre auto erano vicine e tutti stavamo entrando in macchina. Diciamo che ho deliziosamente origliato uno scambio di battute che ho trovato estremamente poetico; per la sua straordinaria e banale semplicità, e per la lezione immediata che mi ha restituito.

Una volta qualcuno mi ha detto che un fatto poetico è un regalo che ci viene donato solo se lo permettiamo a noi stessi.

Qualcuno mi ha detto che scrivere “una volta qualcuno mi ha detto” è molto più accativante di dire che una cosa l’hai pensata tu e basta.

Sta di fatto che ascoltare questa conversazione è stato un po’ come ascoltare il mio sé superiore recitare la frase: la differenza sta nel modo in cui si dicono le cose.

E’ una consapevolezza importante, mica ci do peso da sempre. Ed è bello vedere come le proprie e le altrui reazioni si modifichino in base a come parliamo, a come poniamo una questione, a come rispondiamo a un atteggiamento…

LEI: Papà…mamma c’ha na proposta ‘ndecente.

(Silenzio)

LEI: C’ho na voja de supplì…

(Bambine urlanti in sottofondo)

LEI: Ma se li andiamo a prende?

(Le bambine entrano in macchina)

LUI: Però ce potevi annà prima mentre stavamo a aspettà? Te facevi na passeggiata e li prennevi, adesso me tocca fermamme cor casino, stamo tutti in macchina, cioè dai!

LEI: Va beh, non c’è problema…sarà per la prossima.

(Salgono in macchina)

LUI: No…vabbeh dai…ce mettemo cinque minuti de più…’nnamo.

FINE

Immagine in evidenza di Francesco Panatta

Io so chi sono

Qualche giorno fa ho compiuto ventisette anni. 

Ho pensato che sarebbe stato carino scrivere una di quelle cose poetiche in cui si parla a se stessi, magari in terza persona, raccontandosi ciò che si è imparato fino adesso e bla bla bla. 

Poi non mi è venuta la benché minima ispirazione, non ne ho vista neanche una lontana ombra. Tutto assolato, con le cicale o i grilli, che mi dimentico sempre chi canta di giorno e chi di notte. 

Quindi ho deciso di accettare la mia reazione, so che ogni sensazione necessita del proprio tempo per poter essere nominata, razionalizzata, scritta.

Perciò sticazzi della stima dei miei ventisette anni, ho pensato.

E una di queste sere mi sono imbattuta in un cortometraggio meraviglioso, che parla da solo.  

Io so chi sono – Simone Massi

Immagine in evidenza: Simone Massi – Tengo la posizione

Mi capita

Ci sono istanti che portano addosso

l’euforia di un’estate adolescente

Una qualsiasi, una precisa

E come vento trasportano

l’odore delle cose passate

I gusti, i luoghi vissuti

quel pozzo lontano, quel tronco d’ulivo

I minuscoli segreti che mi sono sussurrata

a labbra strette

per non farmi sentire

E poi

con la musica mi capita di 

esplorare con i sensi l’emozione

di avere una certezza

Una sola

E la accarezzo e la gusto e la stringo

Non la lascio appassire rimpianto

Mi capita di pensare che io…

Io ho bisogno di creare 

Che per farlo ho bisogno di muovermi

di camminare di correre di contemplare

disegni di nuvole e paesaggi

Fotografare con la mente

un moto immobile, che mi metta in moto 

le fantasie, i desideri colanti di passione…

Maledizione alla passione!

Mi ucciderà

Benedizione alla passione

Mi salverà.

(RI)TROVAMENTI

Oggi ho trovato questa fotografia.

(RI)TROVAMENTI perché non si tratta di qualcosa che avevo smarrito o abbandonato personalmente, ma di qualcosa che ho trovato per caso e raccolto con intenzione.

Qualcosa che è appartenuto a qualcun altro.

Qualcun altro che non conosco.

Questo genere di eventi solletica la mia fantasia con un’infantile – e genuina- sensazione di scoperta e mistero. É sempre stato affascinante per me raccogliere oggetti che mi capitava di trovare a terra e fantasticare sulla loro provenienza, lo facevo per gioco insieme a mia madre.

Chi è la donna immortalata nello scatto? Dove si trovava e quanti anni aveva allora? Quanti ne ha ora? E come sono i suoi occhi? Chi le ha scattato questa fotografia? Chi possiede quella speculare che dev’esserne uscita…?

C’è una cosa decisamente buffa in tutto questo, che è poi il motivo per cui la foto ha catturato la mia attenzione quando l’ho (ri)trovata; cioè che la donna – per il poco che si vede – assomiglia moltissimo a mia mamma, al punto che potrebbe tranquillamente essere una sua foto scattata tempo fa. La osservo di tanto in tanto da stamattina, appoggiata dove l’ho lasciata, inesauribile rimando di storie possibili.

Oggi questa fotografia ha trovato me.

L’ULTIMO BAGNO

Sei di fronte al mare.

All’oceano, se preferisci.

Hai tempo dall’alba al tramonto per poterti immergere, nessun limite per rimanere in acqua ma devi scegliere un solo momento della giornata per farlo.

Un bagno, un giro, un andata e un ritorno al punto di partenza, il tuo asciugamano.

Lo sai come cambia il mare durante lo scorrere di una giornata?

Ti accoglie in modo differente in base all’ora che scegli.

Fai che questo è il tuo ultimo bagno.

Quando ti butti?

Illustrazione in evidenza di @AlissaLevy

RESPIRA

Respira.

Devi ancora imparare a farlo.

Quando respiri non pensare a niente. Anzi sì, pensa al fatto che stai respirando e nient’altro. Non trattenere il fiato.

Quando dormi vai in apnea?

Non lo so, dormo.

Non devi dormire. Riposa, sì, almeno sette ore al giorno ma non dormire, poi perdi l’ispirazione. Devi solo inspirare ed espirare, pensa a quello. Prenditi il tuo tempo, non pensare a niente.

Però a una certa alzati, che se perdi tempo poi ti guardi allo specchio e pensi che neanche sai respirare bene, che hai sprecato il tuo tempo, che non sai come funziona il diaframma. Lo sai come funziona?

No.

E allora studialo.

Devi studiare, ti informi abbastanza? Li leggi i giornali? Non guardare la tv lì c’è tutta merda. Interessati, leggi per farti un’opinione, guarda i video shock. Però non troppo che poi ti fa male il mondo. Sei capace? Studia che la cultura è tutto, però devi saper fare anche delle cose manuali, eh. Non è vero non è più così, devi solo essere smart e saper farti personal branding. Vuoi lavorare?

Guarda che la coda comincia da lì.

Studia in Italia per andare all’estero, studia all’estero per tornare in Italia. Rimani all’estero che qui non c’è più niente da fare, oppure no rimani qui e cambiamo le cose, dài. Non ci pensare adesso, organizzati la giornata, scandisci il tuo tempo, occupalo. Però non schematizzare troppo, che se poi pianifichi senza rispettare ti frustri, deludi te stesso. Non deluderti, dài, però inciampa qualche volta, fatti male altrimenti non cresci. Non lasciare le cose a metà, fanne una alla volta piuttosto, con metodo.

Spritz Aperol o Campari?

E lasciati andare. Stupisciti, fai cose che non pensavi possibili. Stai nel presente, ma abbi degli obiettivi. Anzi no, non farlo è peggio, fai che ti metti a fare la prima cosa che ti viene in mente. Fai che chiedi ancora i soldi ai tuoi genitori. Fai che ti metti in proprio. Fai che la smetti di farti domande.

Lo sai cosa vuoi fare da grande ora che sei grande?

È ora che te lo domandi.

Non pensare. Però rifletti anche, che sei fortunato. Guarda che c’è chi sta peggio di te, sempre, quindi cosa ti lamenti? Guarda che c’è chi sta meglio di te, sempre. Secondo te se lo merita?

Ma fatti i cazzi tuoi che campi cent’anni.

Però abbi degli agganci, delle conoscenze.

E poi tu cosa meriti?

Meriti di sapere dove sta il diaframma.

Quindi respira. Lavora. Guida. Fai la spesa. Fai un viaggio lontano per ‘ritrovare te stesso’. Torna indietro prima di tornare a essere lo stesso. Sii te stesso, sii coerente. Sì ma poi cambia, sfidati, apriti al mutamento, salta, vola, scoppia.

L’uccellino è vivo o morto?

Tanto lo cambi in base a come rispondo.

Ma datti una tregua ogni tanto, quando riesci dico.

Respira.

*Immagine in evidenza di Francesco Testa

TUTTO IL PUBBLICO POSSIBILE


“Ora ci siamo dentro, la protagonista è la peste, e possiamo solo stare in ascolto del nostro presente.” Lo afferma Marco Martinelli in un’intervista dell’undici maggio 2020 su birdmenmagazine, riferendosi a un presente che trova(va) sintesi nell’espressione: I tempi del Coronavirus, divenuta etichetta per la nostra quotidianità e aggravante degenerativa di una condizione normale per il teatro – e non solo – che riversa(va) in uno stato d’emergenza molto prima dell’evento covid 19 e tutte le sue conseguenze.

In questi giorni più che mai si sente dire che le arti e lo spettacolo soffrono, a monte dell’emergenza, di un insufficiente interesse istituzionale e riconoscimento economico, di una mancanza strutturale di finanziamenti, dello scarso sostegno a realtà private, maestranze, professionalità che sono gettate in un limbo di precarietà e incertezza profondamente preoccupante. Ad oggi, con l’apertura dei teatri ufficialmente sancita ma difficile da sostenere ed effettivamente impossibile per molte realtà, il futuro rimane buio, eppure c’è nell’aria un palpito costante e rinnovato, perché chi ha tenuto acceso il fuoco del teatro ha ancora più chiare le proprie idee, il proprio ruolo nella società, i propri diritti. Basta ascoltare le parole della maggior parte di artisti, esperti, appassionati del settore per percepire chiaramente la necessità di una rivoluzione; chiunque sta urlando a gran voce l’esigenza di un massiccio ripensamento dell’intero sistema lavorativo – non solo del teatro – che contempli fondi, tutele ed incentivi, che faccia godere ogni mestiere di pieni diritti mantenendo i propri doveri. Il teatro, la danza, la performance e le forme contaminate sottolineano la loro relegazione a interesse di una nicchia ristretta, composta principalmente da addetti ai lavori, perché esiste anche e soprattutto un non pubblico, ovvero chi il teatro non lo frequentava prima e non lo farà ora, semplicemente perché non lo conosce o preferisce altre forme d’intrattenimento. Chiaramente rimane impossibile attrarre pubblico e costruire una promozione teatrale adeguata quando non ci sono sovvenzioni per farlo e le difficoltà di budget limitano il processo creativo stesso, quando si tratta di cercare di offrire qualcosa per cui non si avrà domanda, quando si pensa all’arte come a un prodotto commerciale. E per ultimo ma non per importanza, quando arrivano I tempi del Coronavirus.

Forse è il momento per il teatro di dimostrare di non essere fatto solo di tradizionalismi posticci o proposte individualiste e bizzarre – un immaginario purtroppo condiviso da molti, a volte a ragione. – Il lockdown ha costretto praticamente chiunque a confrontarsi con il mondo di internet, dei social, dello streaming e della comunicazione in remoto, permettendo al teatro di assorbire molte ‘pratiche’ che forse prima guardava con maggiore distanza, con esiti talvolta discutibili ma sfruttandone il potenziale divulgativo e tenendo sempre presente che rimane un fatto umano, di connessioni, di circolazione delle storie e delle utopie.

La ricerca artistica ha appurato di non voler vendere contentini e false illusioni ma innescare processi a lungo termine diffondendosi nel tempo e nello spazio. La noia, la solitudine – e il dolore e la preoccupazione -con cui tutti abbiamo convissuto ultimamente, sono contenitori d’impulsi, spazi che accolgono l’immaginazione e non luoghi oscuri in cui ci si augura di non mettere mai piede, ed il loro tempo fa parte del processo di creazione. Come suggeriva Marco Martinelli si deve stare in ascolto durante la peste perché lei è la protagonista; ma anche quando saremo di nuovo noi, i protagonisti a tutti gli effetti, possiamo considerare questo stato d’emergenza come un periodo di maggese. Certo, imposto e doloroso per molti aspetti ma stimolante per altri, perché ci ha insegnato che per ricominciare in seguito a una serie di durissimi colpi è necessario lasciar sedimentare, elaborare i processi e solo dopo essere stati ‘a riposo’ ripartire considerando le proprio ferite e le proprie responsabilità. 

Ogni arte ha i suoi linguaggi e il teatro deve tenere ben presente i propri.

Non può essere semplicemente fatto e guardato, il teatro va vissuto come esperienza che non può prescindere dal rapporto tra gli esseri umani e dalla loro prossimità. Perché è un gioco primitivo, condivisione di ritualità, espressione del singolo, o del gruppo, che passa alla comunicazione per l’intera collettività. Una comunicazione che abiti gli spazi teatrali, che li performi, che restituisca loro vita pulsante. 

E se un virus ha interrotto tale vita? 

Bisogna essere forti, resilienti, compiere uno sforzo ancora maggiore rispetto a quello che si faceva nella normalità. Il teatro c’è abituato. Un primo passo lo sta già facendo chiunque lo considera, per dirla con Barba, una menzogna vitale, e che continua a porsi anche incosciamente le stesse domande del Manifesto del Terzo Teatro del 1976, così lontane eppure così vicine: 

Perché proprio il teatro come mezzo di cambiamento, quando siamo coscienti che sono ben altri i fattori che decidono della realtà in cui viviamo? Si tratta di una forma di accecamento? Di una menzogna vitale?

Sì, probabilmente si tratta di questo.

É necessario continuare a vivere, a respirare per tale menzogna, ma per farlo è necessario lavorare in condizioni chiare e tutelate. É necessario continuare a far innamorare il pubblico – l’affezionato ma anche il più impensato, il più emarginato – delle proposte, ed è indispensabile che tali proposte rendano il teatro d’importanza vitale non solo per chi vorrebbe viverne o ne vive – a stenti – ma per tutto il pubblico possibile.  

*Nell’immagine in evidenza: Sanificazione al teatro San Carlo di Napoli.

©Ansa


Questo testo è ispirato al titolo dell‘articolo di Davide Carnevali del 14 aprile 2020—> http://www.fandangolibri.it/2020/04/14/lemergenza-del-teatro-ai-tempi-del-coronavirus-davide-carnevali/


Leggi questo testo! –> Una delle due deve essere vera per forza: o non lavoravate o vi facevate sfruttare


Leggi questo testo! —> Kit di pronta emergenza da portare con sé in caso di improvvisa ripartenza del sistema arte e spettacolo in era post-pandemica