THE SECRET LIFE OF COWS

Oggi voglio condividere questo lavoro di Sara Pavia, The secret life of cows, un progetto video delicato e semplice come la storia di vicinanza e di vita che vuole raccontare.

Sara, che è un’anima amica con cui ho condiviso e condivido tuttora molto, ha osservato a lungo e da vicino alcuni tra gli esseri che io amo di più sulla terra: le mucche.

Armata della sua camera si è sporcata di fango e di erba umida i vestiti, si è seduta immobile per ore ad osservare, si è fatta annusare i piedi fino a doverli ritirare…e solo dopo aver raccolto materiale sufficiente mi ha chiesto di registrarle il voice over del racconto suggestivo che ne era uscito.

Questa è una piccola dedica ai piccoli progetti conclusi.

Quelli in cui abbiamo creduto il giusto perché potessimo realizzarli. Quelli di cui ormai ci vergognamo, anche se non dovremmo. Quelli che ci hanno fatto incendiare, frustrare, cercare.

Quelli che dobbiamo ancora pensare.

Ho filmato la scorsa estate nella fattoria Ballylarkin, a Freshford, Kilkenny. Grazie mille a Dorothy e Martin per tutto. Grazie anche alla fantastica Elisa Maddalena per la sua splendida voce. Grazie anche a Conor per la sua energia positiva e il violino. Finalmente, un ringraziamento speciale alle mucche numero 21139, 51182, 41157 per i loro ruoli principali e a tutte le mucche che hanno partecipato.

Sara Pavia

Tutte le foto sono state scattate da Sara

MAGGESE

Anche se non semina, il contadino si occupa sempre del suo campo

Il maggese si chiama così perché, pare, la sua pratica avrebbe coincidenza con il mese di maggio. Con il tempo ci siamo disinteressati all’importanza dei cicli, perciò usiamo lo stesso termine anche se sforiamo di mesi e anche se l’impoverimento dei terreni ormai poco ci importa. Ma questo è un altro discorso.

Volevo soffermarmi sul fatto che da quando l’ho interiorizzata come metafora, mi piace pensare alla pratica del maggese come al bisogno di rigenerazione di sé.

Un po’ è una giustificazione che spiattello qui e là sui miei sensi di colpa quando mi sento inerte.

Un po’ – soprattutto – la trovo giusta. La concezione di riposo attivo in vista di una maggiore fertilità del terreno. Il fatto di dargli il tempo di essere pronto, di non sprossedere le sue risorse.

Che è poi proprio ciò che non ci insegna stare al mondo oggi…con la sua continua richiesta di produttività, di prosperità, di operosità. Fino a che per le strade non si vedano che visi aridi.

Com’è il vostro terreno?

Il mio un casino. Ultimamente ho fatto casino coi ritmi con le terre con le sementi con le annaffiature. A maggio ero piena di erbacce e non ho fatto in tempo ad arare, a pulire, a mettermi in osservazione del campo, a mettermi a maggese. E adesso, a luglio – sempre in orario, sempre sul pezzo – mi sto tenendo a riposo, che mi sono impoverita con tutta quella roba addosso.

Che così mi fertilizzo.

Che così rifiorisco.

Rinverdisco.

E allora approfitto del maggese, dell’utilizzo che gli psicologi hanno fatto del suo significato centinaia e centinaia di anni dopo, per dire a me stessa che la sosta è necessaria.

Grazie maggese, che ti uso a luglio 2021 totalmente fuori contesto, ma tu sei sempre attuale.

DICE QUELLO…

Dice quello: guarda l’annuncio, che è buono.

Cercano uno sceneggiatore laureato in matematica.

Ma che attinenza c’è?

Nessuna. Ma deve avercene?

Beh, tu esperienza devi avercene.

Almeno 5, 6, 10 anni!

Ma ho finito di studiare oggi.

Cazzi tuoi.

Dice quello…

Però chiedi, che se chiami l’amico di quello che una volta è stato a cena con quello…

Digli che sei amico di quello!

Sicuro ti prendono.

Dice quello:

Oh! M’hanno preso!

Allora offri tu!

Cioè, non è che m’hanno proprio preso.

Sembravano interessati allora mi hanno chiamato.

E dopo che mi hanno chiamato sono passato al primo colloquio.

Ma che fortuna!

E dopo il primo colloquio mi hanno chiesto di collegarmi a Zoom…

…E?

E spariti. Mai sentiti. Volatilizzati.

Beh allora tanto meglio!

Prova altrove!

Dice quello…

Massì!

Ho provato ho provato. Ho fatto la prova ieri.

Una prova pagata?

Dice quello…

E l’altro ride.

Sei scemo?

Comunque, non ero idoneo.

Lo dice quello…

Ma infatti sai che ti dico? Che è una merda.

Quello m’ha detto che ha provato a entrare come commesso al supermercato.

E?

E non era idoneo.

Perché?

Perché lo dice quello.

Ah beh! Ma lo sai che quella, invece, ce l’ha fisso?

Fisso? Fisso come?

Fisso. Per quest’estate, poi si vedrà…

Ma pensi che siamo noi?

Cioè?

Cioè che il problema siamo noi.

L’ho sentito dire…

Ma invece la storia di quello? Quello che ha chiesto quanto gli spettava di paga.

Come? Ma si è rincoglionito?

Come?

Come come? Non si parla mai di quello.

Eh infatti! Perciò non l’hanno preso!

Eh!

Ma scusa eh, per cosa lo faresti tu, anche per quello no?

Eh sì…ma quelle questioni inaspriscono i rapporti…

Mah…

Comunque l’hai visto l’altro annuncio che ti dicevo?

L’ho visto, l’ho visto. L’ho mandato il curriculum.

E?

Sono passate quattro settimane. Niente.

Ancora troppo presto.

Infatti.

Solo dopo tre mesi puoi dimenticartene.

Dice quello…

Però quegli altri, sai quelli che ti dicevo…a cui ho chiesto se avevano un posto…

Beh?

Mi hanno risposto. Pensa! Il giorno dopo!

Ma dai! E tu li hai ringraziati?

Certo! Di più! Nel mio cuore li ho osannati!

Una sorpresa.

Non è da tutti.

Davvero professionale.

Essere così celeri.

Incredibile.

Comunque. Non cercano nessuno.

Team al completo.

Però mi tengono in considerazione.

Va beh, intanto…

Intanto ti hanno risposto.

Dice quello…

MI DO FASTIDIO

Mi do fastidio quando 

Faccio morire una pianta 

dopo due giorni 

che ce l’ho in casa

Quando preparo

un piatto con amore 

e il mio amore 

ha un gusto pessimo

Quando punto la sveglia 

e la rimando 

poi penso: vorrei più tempo

Quando non colgo l’occasione 

per dire

qualcosa di bello 

E subito sento 

la nostalgia 

delle parole mancate  

Mi do fastidio quando

metto i fantasmini 

So che mi andranno 

sotto i talloni 

E non lo sopporto

Quando dimentico qualcosa

a cui avevo pensato 

fino a un secondo prima 

Mi do fastidio quando 

Mi sento lamentosa 

e vittima e 

“Oh me tapina” 

ma non lo sono 

Quando lavo i piatti 

senza tirarmi su le maniche 

e mi si bagnano

E mi do fastidio

Quando non dico 

che la tisana 

mi piace bollente

Me la danno tiepida

e mi da fastidio

Quando penso

“prendo le buste per la spesa”

poi le lascio a casa 

Quando non ho la risposta pronta 

poi mi rivivo la scena in testa

ed è perfetto

ciò che penso di dire

Mi do fastidio

quando sono in ritardo 

Devo camminare veloce 

e sudo e penso a una scusa 

poi dico solo

Scusa

sono la solita

Mi do fastidio

Quando rimando 

Quando rimangio 

Quando rimugino

Quando mi guardo le unghie 

e mi rendo conto che

non dovrei mangiarmele

perché 

non ho più dieci anni

Mi do fastidio 

da quando 

non ho più dieci anni 

L’immagine in evidenza è di Alex Tansey e l’ho trovata su questa pagina –>

https://www.greymattersjournalvc.org/article/scratchingthesurfaceofanitch

L’ ACCEZIONE POSITIVA DELL’OMBRA

Le chiese di rimanere immobile e allo stesso tempo di prestare attenzione a ciò che stava per dirle. Era certo che fosse inconsapevole dell’immagine di sé stessa in quel momento – come sempre del resto – e di ogni doppio riflesso di quell’immagine sulla parete, sulla poltrona, sulle pagine del libro, a seconda del movimento dei suoi gesti. Si sistemò sulle piante dei piedi cercando l’istante esatto, perché un punto di vista può sfuggire dalle mani in un secondo, se non si è disposti ad approfondirlo. 

“…Ti parlo dell’area scura proiettata su una superficie da un corpo, che intercetta una sorgente luminosa e si interpone tra la superficie e quest’ultima. Ti parlo dell’ombra e di tutte le cose che pensi siano indissolubilmente legate a te in un modo, invece dovresti immaginarle sotto un’altra luce. Ti parlo dell’ombra e della tendenza che abbiamo a credere che qualcosa non esista, semplicemente perché non la vediamo…o della necessità di estremizzare le antitesi…”

E fece click.

Lei si voltò lentamente, senza scomporsi. Sapeva che le aveva posto la questione in quel modo perché ci riflettesse bene, forse addirittura in maniera inconsueta. Pensò all’ombra come a un elemento che nel suo immaginario aveva generalmente avuto a che fare con il nero, l’opaco, l’intangibile. Pensò all’ombra come a un’eredità emotiva, un peso, un distacco difficile, qualcosa di cui non puoi liberarti. Il lato oscuro. Ci pensò come a qualcosa su cui non aveva mai riflettuto abbastanza…

Lo vide armeggiare con la stampante fotografica che teneva nell’angolo sul comodino, insieme agli album impolverati, alla carta e a una pianta grassa talmente lucida da sembrare finta.

Le disse: “La conosci l’ombra del tuo profilo? L’hai mai osservata?”

No.

Non veramente.

O forse, con diffidenza…

Le si avvicinò e le consegnò la foto.

“Guarda. È un’ombra, ed è bella

“Sei tu”

CHI VUOL ESSERE MILIONARIO

Quando eravamo piccole io e Martina giocavamo a un gioco che riempiva le nostre serate.

Per chi fosse irrimediabilmente curioso, io e Martina scoprimmo di abitare a due passi l’una dall’altra quando eravamo in classe insieme alle elementari e dopo essere state in classe insieme all’asilo.

Scoprirci vicine, per noi, fu una festa grandiosa.

Comunque succedeva che, dopo cena, una componeva il numero di casa dell’altra per dare inizio a Chi vuol essere milionario, una versione del tutto infantile e personale dell’omonimo quiz televisivo. Succedeva che rimanevamo al telefono così a lungo che ogni chiamata terminava con: “Scusa, mia mamma vuole che attacchi…” ma ero sicura che telepaticamente rimanessimo connesse -ridendo- fino a che non andavamo a letto. Il gioco consisteva nel fare indovinare all’altra quale fosse stata la propria cena, suggerendo tre opzioni possibili tra le quali era nascosta la risposta giusta.

Allora, secondo te ho mangiato:

-Lasagne

-Pasta al pesto

-Sformato di verdure

Divertente, vero?

Ma poi arrivava il bello, perché la versione avanzata del quiz prevedeva che la concorrente fosse sottoposta all’ascolto di alcuni misteriosi rumori di cui doveva indovinare la provenienza. Perciò a turno ci impegnavamo ad aprire e chiudere cassetti, spegnere interruttori, sbattere porte e tirare sciacquoni.

Esilarante, no?

Per noi era il massimo, il momento di condivisione di un intimo rituale giocoso che univa le nostre giovani anime amiche. E ci divertivamo, ridevamo, esultavamo con l’altra se indovinava, ci rammaricavamo se non azzeccava la risposta giusta. Chi vuol essere milionario – il nostro – era uno dei giochi più belli del mondo, perché il premio in palio non era il denaro ma il continuo sancimento di un’alleanza profonda.

Poi è successo che siamo cresciute. Abbiamo ventisette anni, abitiamo in case diverse, l’asilo e le elementari sono lontani e la sera non ci chiamiamo più al telefono di casa che entrambe ricordavamo a memoria – io il suo e lei il mio – per giocare a Chi vuol essere milionario. Anche se certe volte ne abbiamo avuta la tentazione…

Comunque, insieme ridiamo come allora.

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RINGRAZIARE DESIDERO

Questo è il titolo di una poesia di Mariangela Gualtieri. Solo di recente, poi, ho scoperto che traeva origine da Poesia dei doni di Jorge Luis Borges.

https://www.youtube.com/watch?v=tT63e-S8V9A

È un testo in cui mi imbattei in un momento in cui ne avevo bisogno, perché certe cose arrivano perché tu possa commuoverti. Nel senso etimologico del termine. Perciò, tempo dopo feci una riscrittura della poesia, la sentivo mia a tal punto…

– In quest’ora della sera
da questo punto del mondo

Io ringraziare desidero –

Il misterioso attrarsi di particelle

Azioni e reazioni di corpi

L’abbondanza di esseri
che abitano questo universo unico

Ringraziare desidero

per l’Amore che ci avvicina all’altro
dentro di noi

Per l’agrume e il riso
e per i semi
Per l’arroganza dell’edera che con tenacia
si fa strada da sola

Per l’euforia che dà l’amicizia

L’aria frizzante che porta


Per mia Madre
Per mio Padre

per i loro cordoni ombelicali

Per le parole
che a volte sono quelle giuste e riempiono

Io ringraziare desidero

Per le idee degli altri di cui mi innamoro

Per le mie
di cui mi nutro

Per il profumo di casa
che cela la lavanda


Per l’acqua
la sua materna accoglienza
Per l’incanto primitivo del fuoco

E per il vento che, incoerente, scompiglia la neve e i capelli

Io ringraziare desidero

Perché esistono gli animali

I loro sguardi


Per Noi
Per Te

Per quando siamo mediocri e immensi

Per quando siamo riconoscenti e liberi

Per il sonno, per il sogno

Per l’arte, i libri
la montagna
Che ci mettono in contatto con noi stessi

e col Tutto

Per i seni delle nonne
Per le braccia dei nonni
Per i neonati e le loro minuscole mani

Per il caos
che mi esplode dentro
quando amo con tutta me stessa

Quando scopro il male del mondo

e non posso farci niente

Io ringraziare desidero

Per il fatto di avere un Fratello
con cui essere esploratrice
Per le persone fragili, genuine, trasparenti

Per quelle distanti, inafferrabili, complesse

Per l’antico gioco del teatro, quando ancora è capace
di commuovere i sensi


Per la musica

la sua capacità di raccontare l’anima

Per il pelo del mio cane
il suo calore vivo

Per la noia
con la sua pretesa di qualcosa

Per l’immaginazione, le sue possibilità

Per le vie d’uscita
I colori, i profumi e i sapori

Per la clorofilla
Per Madre Terra

Io ringraziare desidero

Per il viso degli altri

le loro cicatrici

Per le battaglie che ognuno affronta con forza e in segreto

Per chi è capace di farmi ridere a crepapelle
con le lacrime agli occhi
Per chi è com’è, e basta

Per quando ci si abbraccia
ci si dà calore
Per quando siamo vivi ed entusiasti

Per l’attenzione
che gli altri mi riservano
perché la mia anima ne è affamata

Per i miei maestri
soprattutto coloro
che lo sono stati
senza saperlo

Per le persone che
hanno abbracciato quell’albero prima
e dopo di me
Per la Luna
la sua costanza

Per le tavole apparecchiate

il cibo
e il gusto buono delle cose

Per quello stare bene

tra altri che apprezzano


Per l’olio e il brontolio di stomaco

E ancora
per la grandezza dell’amicizia

quando si ride per motivi stupidi e si è complici


Per le carezze
il tormento
Per la passione
il dolore
il sesso
e la loro sacralità

Per l’utopia la gioia l’ubriachezza

Per le intuizioni geniali
che rimangono nel vuoto


Per gli antenati
che rendono care le nostre radici

Io ringraziare desidero

Per il corpo
Per il dono che abbiamo
di poterlo trattare
come Tempio


Per l’autoironia
Per chi non è indifferente alla natura

Per chi non è in grado di spiegarsi se non attraverso la propria arte

Per il cinema
la sua forza travolgente

Per il silenzio
e il mormorio dell’anima che nasconde
Per il silenzio
e chi è capace di starci

Per le piante
la loro saggia conoscenza del sole

per la loro dipendenza dalla pioggia

Ringraziare desidero

Per la parte istintuale e selvaggia

Per i brividi
La commozione

Le cose sentite di pancia

Per la bellezza del dubbio
che predispone l’anima alla ricerca
e la allena
al sacro fallimento

Per le stelle, il sale, le stagioni

Per la diversità degli uomini

Per il Bene
Per il Male

Ringraziare desidero per essere qui

Adesso
Per poter scrivere

Per poter sentire

Per poter amare

Ringraziare desidero
per le farfalle nello stomaco che mi fanno sentire viva
Per la Morte
che è bella
anche grazie a chi
la rende un luogo accogliente

-Per il fatto che questa poesia è inesauribile

cambia secondo gli uomini
e non arriverà mai all’ultimo verso-

Immagine in evidenza di @Poeticamenteflor

QUESTO GIORNO QUI

ore 00:00 di questo giorno qui

Cosa beviamo?

Mettiti comod*

Cosa bevi tu, cosa ti piace bere?

Magari pensavi di passare diversamente questi minuti qui di questo giorno qui, ma se sei davanti a me c’è un motivo e dopotutto ti aspettavo. A partire dal fatto che abbiamo entrambi due occhi, un naso e una bocca – lo vedi? – ho tante ragioni per chiacchierare con te e tu con me. Mi segui?

Quindi, cosa bevi?

Bisogna bere qualcosa in questo giorno qui, e non perché sia una consuetudine, un’usanza, non per buttare giù le amarezze e alle spalle gli obiettivi non raggiunti; io domattina mi sveglierò e ci saranno ancora i miei carillon, i miei quadri e il mio mangia-domande. Ma dobbiamo brindare, perché io e te stiamo per fare un baratto. Dobbiamo celebrarlo. E poi per essere conviviali, che ne abbiamo bisogno in questo giorno qui di quest’anno qui. Questo giorno qui in cui ci diciamo: lasciamo alle spalle l’anno passato. La senti l’aria di rinascita? Com’è che hai deciso di rinascere, tu? Hai rivoltato la casa hai buttato le cose hai stilato i buoni propositi?

Ti dirò una cosa: è un’illusione.

Cin. 

É un’illusione, questa storia dei trecento sessantacinque giorni. Una convenzione, convenzione ti piace di più? Una convenzione in cui ci perdiamo… Però ti vedo annoiat* . Non ti rubo tanto tempo eh, che poi ‘rubare il tempo’…mica è tuo…mica è…ti piace qui? Ho sistemato un po’, ma mica per questo giorno qui, per mettere te a tuo agio. Ti da fastidio l’incenso? Se sì lo spengo. E le candele? 

Allora certo, questo baratto, che poi se no farnetico. Funziona così: quando ci saluteremo io ti avrò dato una risposta, ma tu devi fare una cosa per me. Devi lasciarmi una domanda. Una domanda qualsiasi ma che sia tua, non mia, non di un altro, tua. Lo vedi il mangia-domande? Perciò pensaci, perché se sei arrivat* qui devi lasciarmene una; ed è la cosa più rivoluzionaria che tu possa fare in questo giorno qui, lasciarmi la tua domanda. Una sola. Una qualsiasi. Una che ti frulla nel cervello da sempre. Una che non mi riguarda. Una che pensi possa interessarmi. Una che ti viene in mente adesso, in questi secondi qui di questo giorno qui. Sarai mica arrivat* senza domande, alla fine di un anno del genere come questo qui?

Cin. Di nuovo. Devi battere sul tavolo altrimenti non vale.

Però devi sapere una cosa. Quando mi lascerai la domanda, sarà mia per sempre, e tu te ne dimenticherai, per sempre. Quella domanda non si presenterà mai più al tuo cuore. In cambio, però, riceverai una risposta importante. Importantissima.

Cin. Buon questo giorno qui. 

Comincia tu, altrimenti non vale.

Fidati, questo giorno qui è perfetto per un simile baratto.

Ti ascolto. 

LE CORNACCHIE RIDONO

Le puoi trovare il pomeriggio, all’imbrunire, appollaiate sul ramo che si sono scelte. Stanno lì per ore, a osservare la gente che passa ma più che altro a ridere a crepapelle tra loro. 

Le cornacchie in questione sono tre. 

Una ha i capelli rosso fuoco e una piega anni ’70, indossa un maglioncino leopardato e un paio di orecchini a clip molto vistosi. Ha la risata da fumatrice incallita. Potrebbe essere perfino bella, se solo non aprisse la bocca e mostrasse un accozzaglia di denti marroni messi lì per caso. La seconda, ossuta e spigolosa, i capelli neri e finissimi, è sempre piegata su se stessa dalle risa, ha un paio di occhiali tondi che le occupano tutto il viso, le unghie lunghe – troppo – smaltate accuratamente di fucsia. Poi c’è la terza, la più corpulenta tra le tre e anche la più anziana, è leggermente incurvata e pende verso sinistra, porta una lunga giacca di pelle nera e degli stivali lucidi categoricamente neri. Qualcuno l’ha vista provare a volare e dice che non ne è più in grado. Le cornacchie, seppur con le loro differenze, hanno una caratteristica comune: i minuscoli occhi neri. A volte si ostinano a osservare qualcuno tanto da fargli sentire il loro sguardo addosso; sembra che lo facciano per il puro gusto della pressione psicologica. Poi riprendono a ridere tra loro e dimenano le ali come se nessuno intorno desiderasse intrattenere una conversazione o passeggiare in silenzio senza doverle sentire gracchiare. 

Le risate si acquietano per qualche istante, con qualche strascico e schiaritura di gola. Le cornacchie si dissetano e si cibano in silenzio, stirando le zampe sotto il tavolo.

La cornacchia rossa manda la testa all’indietro per bere fino all’ultimo goccio il suo caffelatte, tira fuori una sigaretta dal pacchetto – probabilmente la decima da quando si sono appollaiate – mentre la cornacchia dalle unghie smaltate pare riprendere un discorso importantissimo; tutte si avvicinano verso il centro del tavolo, acquattandosi, per dirsi meglio qualcosa che fa scoppiare la cornacchia fumatrice in una fragorosa risata con cui si spezza il fumo in gola, sputandolo con dei colpi di tosse soffocati.

Arriva un punto in cui ridono talmente forte che diventa incontenibile il desiderio di conoscere il motivo di tanta ilarità.

Gira voce che le cornacchie siano tre zitelle pazze e che si raccontino continuamente la stessa storia, per la quale ridono ogni volta come fosse la prima. Altri pensano che le loro risate siano dovute a scambi di battute sconce e volgari, perché le cornacchie, si sa, pensano solo al sesso. Qualcuno poi ha detto che le tre vivano insieme, in una casa sull’albero, dove fanno magie e incantesimi e che s’incontrino fuori per scegliere le proprie vittime. 

La verità è che nessuno sa perché le cornacchie si divertano tanto tra loro.

Tutti ne sentono le fragorose risate, nessuno ne ode davvero i discorsi.  

DOVE SONO, SE NESSUNO MI GUARDA?

Oggi condivido, senza aggiungere molto, l’articolo di Lea Barletti pubblicato su TeatroeCritica il 3 Novembre 2020.

Ci sono riflessioni che, in un momento come questo, meritano di essere condivise il più possibile.

Da leggere!

(…) la disincarnazione dello sguardo, attraverso un progressivo rosicchiamento, smangiucchiamento, del corpo e dei suoi spazi di movimento, spazi dove esercitare la sua funzione (presente!) di medium di ciò che si vede e dell’esperienza in genere, è un processo in atto (perché lo è, in atto), e però in atto già da diverso tempo. Questo processo, in atto, lo subiamo, lo avvalliamo, lo cerchiamo, lo creiamo e ne siamo complici, più o meno (più o meno) consapevolmente e più o meno (più o meno) senza battere ciglio, da diversi anni. (…)

(…) Quello che appare, o almeno mi è apparso, attraverso la mia personalissima crepa, stamattina, mentre impastavo il pane, è che è da molto tempo che ci stiamo, e piuttosto docilmente, trasformando in sguardi senza corpo e in corpi senza sguardo.

Fuori casa: in metropolitana, sui mezzi e negli spazi pubblici, per strada (ma non solo): corpi senza sguardo, ripiegato, questo, quasi costantemente su un qualche dispositivo digitale, smartphone, tablet, pc. Non guardiamo, o guardiamo poco, distrattamente, di sfuggita… (presente?).
A casa: “in privato”, e in uno spazio privato. Sguardi senza corpo, a fruire di arte, cultura, intrattenimento, istruzione, sempre attraverso un qualche dispositivo (presente?). A parlarci, a volte anche, e persino, ad amarci, senza più il corpo e spesso senza più nemmeno la voce, ultima messaggera del corpo. Restano, certo, le dita, che furiosamente digitano (…)